Il tema dell’abbandono edilizio: come e perchè

La meta non è l’avere ma l’essere,
non l’essere in credito ma il dare,
non il controllare ma il condividere,
non il sottomettere ma l’essere in armonia.
H. H. Heschel

Tra le tante peculiarità che contraddistinguono il nostro paese vi è quella di essere costellato da un numero elevatissimo di piccoli borghi, sparsi più o meno omogeneamente su tutta la penisola, che nel corso degli ultimi anni ha subito il fenomeno dello spopolamento: si tratta solitamente di paesini isolati geograficamente, da sempre caratterizzati da un basso numero di abitanti e che affondano le rispettive radici in tempi remoti.
I borghi più antichi risalgono al periodo medievale ed erano costruiti e strutturati in modo da agevolare la vita in condizioni di assoluta precarietà. La carenza di cibo, la presenza di malattie, l’incombere delle guerre costituivano problemi con i quali la popolazione aveva a che fare quotidianamente: sfruttare la morfologia del territorio, chiudere i villaggi nelle mura (lasciando nell’immediato intorno i campi, le coltivazioni, la vita rurale) era l’unica via per la sopravvivenza. Queste condizioni, se un tempo avevano preservato l’integrità storica e culturale di un paese e ne avevano permesso la sopravvivenza, con l’avvento dell’età moderna ne stanno irreversibilmente decretando la morte. (Cfr. Michela Bassanelli, Geografie dell’abbandono, progetto del gruppo di ricerca DPA – Politecnico di Milano, luglio 2010, pp. 7-9).

Il fenomeno che voglio presentare è quello dei paesi fantasma italiani: uguali nei silenzi, nelle suggestioni, nei paesaggi fatti di architetture sbrecciate, nel senso di inquietudine che trasmettono. Diversi nell’anima, ognuno con un suo carattere, ognuno con una storia da raccontare, con un motivo diverso per essersi trasformati, a volte in pochissimo tempo, da località piene di vita a luoghi solitari circondati da un alone di mistero e per questo evitati dalla gente fino ad essere dimenticati.
Indagando seppur superficialmente questo “mondo” ho avuto l’occasione di aprire la mente e credo, sperando di non peccare in presunzione, di essere andato molto vicino alla comprensione di un sottile ed ineffabile sentimento, che il professor Teti chiama “sentimento dei luoghi”. Attribuire una dimensione, un senso, un sentimento a questi particolari luoghi, significa innanzitutto riconoscerli. (Cfr. Vito Teti, Il sentimento dei luoghi, memoria e vita dei borghi abbandonati, «Echos» – Rivista).

«Questi luoghi, si pensa in genere, non hanno senso: non hanno più senso, se mai ne hanno avuto uno. E invece, c’è un senso in questi luoghi. Un senso per sentirli. Un senso per capirli. Un senso per percorrerli, che è quello doppio del partire e del tornare.» (Cfr. Vito Teti, Il senso dei luoghi, Roma, Donzelli editore, 2004.)
Con ciò non voglio testimoniare un fenomeno astratto e collocato in una sorta di immobilità spazio/temporale: i luoghi abbandonati esistono, hanno una loro posizione geografica, hanno una loro storia, anche se non sempre chiara e lineare, e una loro identità.
La salvaguardia di tale patrimonio passa unicamente da una presa di coscienza forte e decisa: questo spaccato d’Italia costituisce anche uno spaccato di storia del nostro paese, ragion per cui la valorizzazione ed il recupero sono obiettivi da perseguire quanto prima.

Pischedda, M. (2012).
Ghost Town Tourism. I Paesi fantasma Italiani: dall’abbandono al recupero.

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