Perché un paese diventa fantasma?

La risposta a questa domanda si può trovare nei tanti agglomerati di case ormai abbandonati negli anni, camminando fra i loro muri storti gremiti dalla vegetazione.
Già il Dott. Marco Pischedda, nella sua tesi di laurea intitolata “Ghost Town Tourism. I Paesi fantasma Italiani: dall’abbandono al recupero”, ha provato a classificare le “cause di dismissione” (Pischedda, 2012, p.9) che possono portare alla nascita di un paese fantasma, proponendone dieci.
Per quanto riguarda la regione Liguria, le principali cause che hanno portato all’abbandono di decine e decine di piccoli borghi o interi paesi sono essenzialmente due: fattori socio – economici e disastri ambientali.

Balestrino, Arena, Canate di Marsiglia, Cà di Ferrè, Porciorasco, dal ponente al levante ligure i paesi fantasma pullulano e si svelano agli occhi di chi ha voglia di raggiungerli per conoscerli.

Nel levante ligure, in particolare nella provincia di La Spezia, è da menzionare il piccolo paese di Filettino. Capofila di moltissimi paeselli dimenticati nella Val di Vara. Considerato uno dei più antichi centri abitati nel comune di Calice al Cornoviglio, Filettino è ricco di testimonianze dell’architettura rurale ligure-lunigianese ed alcuni criptoportici presenti nel paese ne sono una testimonianza.
Composto da una decine di case, tutte in pietra, alcune ancora ben conservate, apparteneva quasi interamente alla famiglia Rapallini fino a quando fu acquistato da facoltosi imprenditori inglesi con lo scopo di aprirvi un B&B. Il progetto però non partì mai e Filettino, anno dopo anno, fu inghiottito dalla vegetazione.
Nell’immediato dopoguerra il borgo contava ancora una ventina di abitanti, poi lo spopolamento volontario causato dall’ubicazione del luogo, lo ha reso un paese fantasma.

Sempre nella provincia spezzina da non dimenticare un angolo di Liguria fermo da una decina di anni, arroccato sulla cima di una collina e circondato dai verdeggianti boschi che cingono il comune di Varese Ligure: Porciorasco.
Sorto nel ‘600 come paese agricolo, questo paese è sempre rimasto una piccola frazione che raggiunse il suo massimo splendore nel 1854 con 132 abitanti, operosamente impegnati nelle attività agricole, commerciali e artigianali.
Il grande sviluppo che interessò il paese, fu voluto dai De Paoli, famiglia di spicco nel paese, che creò una tipologia di azienda unica nel territorio varesino e che riuniva i più disparati mestieri.
Porciorasco, che fino al 1900 restò attivo come borgo agricolo, fu in buona parte abbandonato a causa della posizione geografica sfavorevole e del cambiamento dell’economia finché nel 1986 anche la parrocchia rimase deserta. Alcuni abitanti di Porciorasco però, non lo abbandonarono e fino a una decina di anni fa non era insolito trovare qualche gentile anziano pronto a raccontare la storia di questo splendido agglomerato di case e a mostrare con tristezza la parte ormai diroccata del paese.

 

Spostandosi verso Genova, la conformazione geografica delle colline che cingono la città e i repentini cambiamenti economici avvenuti nel dopoguerra, hanno mietuto molte vittime fra i piccoli agglomerati di case disseminati nei floridi boschi: Arena è una di queste vittime.
Immerso nel verdeggiante bosco il paese ormai fantasma di Arena spicca con i suoi colori, tipici di un borgo agricolo, fra le rigogliose piante del borgo. Grigio e marrone, colori colati dalla tavolozza di un distratto pittore che ha punteggiato il bosco con case e stalle, tetti in lavagna e porte in legno. Il piccolo paese nasce a circa 700 metri s.l.m e si sviluppa su due livelli dando origine ad Arena di Sotto e Arena di Sopra. Di Arena di Sopra è rimasto davvero poco, le sparute case, quasi completamente crollate, appaiono come scheletri che squarciano la vegetazione bramosa.
Di Arena di Sopra, restano molte case, alcune ancora ben tenute da un gruppetto di volenterosi uomini. È un tipico borgo rurale che ha sempre vissuto di agricoltura, allevamento e raccogliendo i frutti del bosco, in particolar modo le nocciole, frutto molto ricco di fattori nutritivi e presente in abbondanza nei boschi di Arena. Tutte le case, costruite in pietre e lavagna, sono caratterizzate da un primo piano ad uso abitativo e da uno sottostante: stalla o cantina addossata ad un muro di fascia, tipico sistema di costruzione utilizzato per sfruttare al meglio il naturale pendio del terreno e lenirne anche i disagi. Sono anche visibili i cavi di una vecchia teleferica e all’interno del paese è anche presente una cappella in pietra e ardesia antica.

 

Spostandosi da Arena in direzione di Genova, s’incontrano poi due paesi davvero particolari, due agglomerati di case nascoste nel folto del bosco e raggiungibili solo attraverso un lungo sentiero (1h e 30 circa) che si snoda fra i boschi del comune di Davagna: Scandolaro e Canate di Marsiglia. Due paesi sorti l’uno a poca distanza dall’altro e segnati entrambi da un amaro destino: la mancanza di una strada carrozzabile che li raggiungesse. L’arrivo dell’elettricità negli anni 30’ aveva fatto ben sperare le quasi 100 persone che vivevano in quei paeselli così piacevolmente distanti dalla “caotica civiltà”, ma quello fu il primo e ultimo passo verso una vita più comoda, così, anno dopo anno, Scadolaro e Canate divennero paesi fantasma.
Noti per la loro lunghissima storia risalente al XII secolo e per i fatti accaduti durante la II Guerra Mondiale, oggi di questi due paesi cosa resta??
Tante case distrutte, tanti tetti crollati, tante pietre, dei gatti, delle caprette, un buon caffè, tanta ospitalità: ebbene sì, a Scadolaro (nome derivante dalle “scandole”, ovvero scaglie o assicelle di legno con cui si ricoprono i tetti) vive Nicola, a Canate di Marsiglia il buon Francesco e alcuni altri ragazzi che, zaino in spalla, si fanno tutti i giorni “una bella camminata” per andare al lavoro. Francesco vive a Canate da moltissimi anni, dice 10, ha molti amici che lo vanno a trovare spesso nei weekend e durante le feste e non perde occasione per stringere amicizia con i molti escursionisti che si avventurano fino al paese, offrendo loro un caffè e la sua ospitalità.

 


L’esempio di Francesco è emblematico, infinitamente stimabile e sicuramente, in cuor mio, invidiabile. Sono convinta che nel cuore di tutti esista un motto che ci spinga a ritornare: alla terra, alla semplicità, alla vera bellezza delle mani rovinate dal duro lavoro nei campi e della pelle colorata dal sole.

Scadolaro e Canate sono tornati a vivere e insieme alle pietre sono tornate a vivere le anime che le abitano:
più vita vera e meno apparenza.

Maggy Bettolla

 

Foto di Arena: naturamediterraneo.com

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