È una calda domenica di luglio, sono le 8.30 del mattino, la temperatura sta già salendo. Siamo in uno splendido giardino, riparati dall’ombra di alcuni gazebi, alle nostre spalle una struttura imponente che ci osserva, sento proprio questo sguardo pesante, come se anche lei si aspettasse qualcosa da questa giornata. Decido di entrare per fare un controllo generale prima dell’inizio della vera e propria giornata, il profumo di incenso mi avvolge, sento i miei passi rimbombare nelle stanze, vedo la polvere fluttuare nei raggi di sole che filtrano dalle finestre. Arrivo al secondo piano e mi siedo sui resti di una stufa, il silenzio mi avvolge e mi riempie, sento le antiche mura pulsanti, mura che hanno vissuto secoli di vicende umane e che, in quell’istante, stanno assorbendo la mia presenza.

Torno sui miei passi, le persone iniziano ad arrivare, ci siamo tutti, ognuno con il suo compito.

La giornata scorre veloce, frenetica, felice, centinaia di persone raggiungono il castello curiose, non manca nulla, tutto va nella giusta direzione.

È pomeriggio inoltrato, il sole sta per andare altrove, fa meno caldo, sto scendendo lo scalone principale del castello, forse per la cinquantesima volta. Scalino dopo scalino guardo avanti a me e vengo invasa da una sensazione, qualcosa che non mi appartiene: mi sento felice, appagata, anche compiaciuta forse, guardo la mia collega che annuisce e mi dice: “il castello è felice”.

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